.Nisargadatta Maharaj. La meraviglia è l'alba della sapienza

L’appercezione in cui tutto sorge, è questa la realtà. Un’appercezione pura e chiara, quella che chiamano l’occhio di Dio.Karl Renz

« La persona non- risvegliata vive nel suo mondo, la persona risvegliata vive nel mondo. » Andrew Cohen

Finché immagino "come dovrei essere", continuerò ad essere quello che sono ora.U.G.Krishnamurti

"Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti." Eraclito

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezzaBenjamin Franklin

In televisione non c'è la pubblicità, il mezzo televisivo è "solo" pubblicità.Dioniso 777


mercoledì 20 settembre 2017

Manlio Dinucci - Il Venezuela si ribella al petrodollaro e Trump annuncia l'"opzione militare"

fonte http://www.lantidiplomatico.it
di Manlio Dinucci* - il Manifesto


«A partire da questa settimana si indica il prezzo medio del petrolio in yuan cinesi»: lo ha annunciato il 15 settembre il Ministero venezuelano del petrolio. Per la prima volta il prezzo di vendita del petrolio venezuelano non è più indicato in dollari.

È la risposta di Caracas alle sanzioni emanate dall’amministrazione Trump il 25 agosto, più dure di quelle attuate nel 2014 dall’amministrazione Obama: esse impediscono al Venezuela di incassare i dollari ricavati dalla vendita di petrolio agli Stati uniti, oltre un milione di barili al giorno, dollari finora utilizzati per importare beni di consumo come prodotti alimentari e medicinali. Le sanzioni impediscono anche la compravendita di titoli emessi dalla Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana.






Washington mira a un duplice obiettivo: accrescere in Venezuela la penuria di beni di prima necessità e quindi il malcontento popolare, su cui fa leva l’opposizione interna (foraggiata e sostenuta dagli Usa) per abbattere il governo Maduro; mandare lo Stato venezuelano in default, ossia in fallimento, impedendogli di pagare le rate del debito estero, ossia far fallire lo Stato con le maggiori riserve petrolifere del mondo, quasi dieci volte quelle statunitensi.





Caracas cerca di sottrarsi alla stretta soffocante delle sanzioni,  quotando il prezzo di vendita del petrolio non più in dollari Usa ma in yuan cinesi. Lo yuan è entrato un anno fa nel paniere delle valute di riserva del Fondo monetario internazionale (insieme a dollaro, euro, yen e sterlina) e Pechino sta per lanciare contratti futures di compravendita del petrolio in yuan, convertibili in oro.

«Se il nuovo future prendesse piede, erodendo anche solo in parte lo strapotere dei petrodollari, sarebbe un colpo clamoroso per l’economia americana», commenta il Sole 24 Ore.

Ad essere messo in discussione da Russia, Cina e altri paesi non è solo lo strapotere del petrodollaro (valuta di riserva ricavata dalla vendita di petrolio), ma l’egemonia stessa del dollaro. Il suo valore è determinato non dalla reale capacità economica statunitense, ma dal fatto che esso costituisce quasi i due terzi delle riserve valutarie mondiali e la moneta con cui si stabilisce il prezzo del petrolio, dell’oro e in genere delle merci.

Ciò permette alla Federal Reserve, la Banca centrale (che è una banca privata), di stampare migliaia di miliardi di dollari con cui viene finanziato il colossale debito pubblico Usa – circa 23 mila miliardi di dollari – attraverso l’acquisto di obbligazioni e altri titoli emessi dal Tesoro.

In tale quadro, la decisione venezuelana di sganciare il prezzo del petrolio dal dollaro provoca una scossa sismica che, dall’epicentro sudamericano, fa tremare l’intero palazzo imperiale fondato sul dollaro. Se l’esempio del Venezuela si diffondesse, se il dollaro cessasse di essere la principale moneta del commercio e delle riserve valutarie internazionali, una immensa quantità di dollari verrebbe immessa sul mercato facendo crollare il valore della moneta statunitense.

Questo è il reale motivo per cui, nell’Ordine esecutivo del 9 marzo 2015, il presidente Obama proclamava «l’emergenza nazionale nei confronti della inusuale e straordinaria minaccia posta alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati uniti dalla situazione in Venezuela».

Lo stesso motivo per cui il presidente Trump annuncia una possibile «opzione militare» contro il Venezuela. La sta preparando lo U.S. Southern Command, nel cui emblema c’è l’Aquila imperiale che sovrasta il Centro e Sud America, pronta a piombare con i suoi artigli su chi si ribella all’impero del dollaro.

sabato 16 settembre 2017

Introduzione alla bellezza

Venere di MiloMolte volte ho assistito a, e sono stato coinvolto in discorsi sulla bellezza e la conclusione di queste discussioni di solito è che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace.”
Questa conclusione finale mette di sicuro tutti d’accordo, ma è poi la verità o la definizione di bellezza?
Da sempre non ho mai accettato una conclusione di cui non potevo verificare se le informazioni e i fatti presentati, una volta analizzati, avrebbero portato inequivocabilmente a tale conclusione.
E la conclusione che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”, non mi ha mai soddisfatto veramente, perché mi sono state indicate come belle anche cose che a me parevano orribili e accettare tale conclusione sarebbe stato come ammettere che la bellezza è un concetto soggettivo che nella realtà oggettiva non esiste.
Ma un giorno ho imparato a riconoscere la bellezza percependo l’emozione che essa provoca in chi ne è colpito.

Cos’è la Bellezza oggettiva?

E’ la proprietà di causare elevate emozioni nell’osservatore che una cosa possiede avendo le parti che la compongono in armoniosa relazione l’una con l’altra. E’ ciò che fa ottenere il consenso generale alle vere opere d’arte.
E’ il genere di bellezza di cui intendo parlare in questo articolo e la chiamerò bellezza oggettiva, libera da ogni associazione.
Un esempio di un effetto che la bellezza oggettiva causa è una emozione che chi la subisce non è in grado di sopportarla completamente e sviene o prova una forte sofferenza interiore che non riesce a motivare. Fra coloro che l’hanno provata Stendhal è stato il primo che ne ha fatto una descrizione e da allora è chiamata, seppur lungi dall’essere una condizione patologica, sindrome di Stendhal, perché la scienza ufficiale tende a psichiatrizzare ogni comportamento che non corrisponda a quelli considerati normali per il suo homo sapiens.
Quando parliamo della bellezza entriamo nel campo dell’estetica, non inteso come branca della filosofia ma come spettro di vibrazioni.
I nostri sensi sono in grado di percepire uno spettro ben definito di vibrazioni che vanno da un numero minimo e massimo, di cui i valori e gli aspetti tecnici non è necessario entrare nei dettagli.
Per fare un esempio, nello spettro delle onde sonore, un cane può sentire un suono emesso da un fischietto ad ultrasuoni mentre per gli umani tale fischietto è muto.
Le onde estetiche fondamentali hanno frequenze molto elevate e normalmente non vengono percepite dai sensi degli esseri umani, tuttavia spesso essi sperimentano delle armoniche inferiori di estetica.
Succede però a volte che un insieme di forme, suoni, colori e movimenti colpiscano un essere spirituale direttamente, praticamente oltrepassando il filtro dei sensi fisici.
L’essere spirituale ha la capacità di vibrare a frequenze molto più elevate di quelle normalmente percepite dai sensi fisici.
L’armonia di elementi di una vera opera d’arte ovvero la sua bellezza, è in grado di far vibrare un essere spirituale alla frequenza fondamentale dell’Estetica e a quel punto tale essere sperimenta un’emozione molto elevata.
Per il corpo dello spettatore quell’emozione è troppo forte per essere manifestata come le altre normali emozioni che rientrano nella consuetudine dell’essere umano e i vari sistemi collassano provocando le manifestazioni tipiche della cosiddetta sindrome di Stendhal. Niente di patologico, tutt’altro.
L’arte oggettiva, universale ha delle particolari caratteristiche. Le opere che posseggono tali caratteristiche contengono gli stessi elementi armonici con cui l’intero universo è stato creato.
Tali opere sono senza tempo, sopravvivono alle varie mode che si alternano nel corso dei millenni, ricevono ininterrottamente ammirazione dal primo momento in cui sono state create fino alla purtroppo inevitabile consumazione.
Osservando una di tale opere riscontriamo che le proporzioni delle varie forme sono identiche a quelle che la Natura applica nei processi di creazione.
Questo rapporto proporzionale è rappresentato con chiarezza nella Sezione Aurea che era ben conosciuta nei Veda, in molte antiche civiltà dell’Asia Minore, dagli Egizi e dai grandi artisti del Rinascimento.
La sezione aurea è il risultato della divisione di una linea in un preciso punto che ci dà due frammenti A e B in cui A misura 1 e B invece 0,618 . E una proporzione speciale come puoi vedere dai risultati che si ottengono nei calcoli che seguono.
Chi vuole sbizzarrirsi può cercare altro materiale a riguardo, non volendo fare un trattato ne parleremo quanto basta per comprendere i vari concetti senza sconfinare nei verbosi livelli accademici.
I numeri delle proporzioni usate dall’architetto (o dagli architetti) dell’Universo sono 1,618, rappresentato dalla lettera greca Phi e 0,618, rappresentato dalla lettera greca phi (minuscola)
Un esempio dell’applicazione della Sezione Aurea la possiamo vedere nello sviluppo della spirale, che è il modello con cui le cose create si evolvono.
Le proporzioni sono 1 per il lato lungo e 0,618 per quello corto. La successione dei quarti di cerchio disegnati in ogni quadrato ci danno una spirale, il modello usato per la creazione.

Sezione della conchiglia di nautilo
Lo stesso avviene nella creazione delle galassie.
Nella Tavola Smeraldina, Ermete Trismegisto rivela come un fattore si riscontra ovunque nella creazione. Quel fattore è la Sezione Aurea, 1.618
Dalla Tavola Smeraldina di Ermes Trismegisto.
“Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della causa una.”
“E poiché tutte le cause sono e provengono da una, per la divisione di una, così tutte le cose sono nate da questa causa unica adeguandosi ad essa.”
Così in alto
Così in basso.
“Dio creo l’uomo a sua immagine e somiglianza” andrebbe esteso come concetto all’intera creazione. Significa che ogni cosa creata segue un preciso modello, dalle galassie che compongono l’universo all’atomo.
Le opere d’arte che sono tuttora oggetto di universale ammirazione contengono nelle proporzioni multipli o sottomultipli del numero aureo 1,618

Afrodite
Il corpo umano è proporzionato in base alla sezione aurea, come il resto dell’universo.
E così anche le singole parti
Anche Leonardo conosceva questo “segreto”
Agli amici che gli chiedevano perché non ne spiegava l’origine rispondeva che l’avversione del Clero per le verità che possono dischiudere i dogmi l’avrebbe condotto sul rogo, e che comunque coloro i cui occhi sanno vedere possono conoscere i segreti dell’Universo guardando le sue opere perché in esse vi è posta tutta la conoscenza.
La bellezza oggettiva è la proprietà dell’intero in cui le sue parti sono armoniosamente proporzionate secondo la sezione aurea.
Più tali proporzioni si discostano dalla Sezione Aurea, più la bellezza diminuisce, le vibrazioni si abbassano di frequenza e gli stati elevati dell’essere non ne vengono più affetti, ma solo gli stati inferiori, dell’individuo identificato con il suo corpo.
Quando parliamo di bellezza soggettiva a volte possiamo ottenere valori molto lontani da quella oggettiva se le aberrazioni di chi esprime il concetto sono rilevanti.
Vediamo spesso delle conduttrici di programmi televisivi che ostentano dei seni che sono sul punto di esplodere dalla “generosa” scollatura. Forse le varie TV le assumono per sopperire all’inconsistenza dei loro programmi. Ad alcuni sembrano belle proprio per quelle artefatte misure abbondanti. L’emozione che essi provano è commista al sesso, non si tratta di bellezza pura e, generalmente nella vita quotidiana, quando si parla di bellezza si sta parlando di capacità di attrarre sessualmente.
L’emozione sessuale, che spesso viene erroneamente chiamata amore, ha una frequenza molto più bassa e quando è unita alla bellezza, una frequenza molto elevata, la risultante è una frequenza di valore molto inferiore a quello della bellezza che potrebbe benissimo rappresentare l’attributo “sexy”.
Anche quando le proporzioni sono perfette, l’associazione con il sesso abbassa le vibrazioni rendendo impossibile che le emozioni elevate della bellezza pura possano essere sperimentate dal suo osservatore, come possiamo notare dall’esempio sotto.
La bellezza libera da associazioni appartiene al campo dell’Estetica, le cui vibrazioni hanno frequenze elevate e per percepirle è necessario riuscire ad oscillare al livello di quelle frequenze. Questo avviene quando riusciamo a distaccarci dalle armoniche inferiori della bellezza e dalle emozioni negative, che sono una zavorra che impedisce l’accesso ai livelli superiori di esistenza e di azione. Ai veri artisti la bellezza oggettiva è ben nota e viene trasmessa nelle loro opere. Il compito dell’artista è quello di ricordare all’uomo che esistono emozioni spirituali e che sono esse che lo elevano dal piano dei desideri meramente materiali. E la bellezza è uno dei mezzi per farlo.
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Non hai i libri di Ehret? eccoli: opera omnia di Arnold Ehret
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Medicinenon.it e Arnoldehret.it sono due siti di Luciano Gianazza.
Medicinenon.it è da molti anni un punto di riferimento per chi vuole liberarsi della disinformazione e poi acquisire la corretta conoscenza.
ArnoldEhret.it è il sito ufficiale degli insegnamenti di Arnold Ehret, raccolti nei suoi libri, fra i quali Il Sistema di Guarigione della Dieta Senza Muco è un best seller internazionale. Arnold Ehret ha ritrovato il sentiero, di cui si era persa ogni traccia secoli fa, che porta all'alimentazione naturale dell'Uomo e alla salute perfetta in quanto ripristina la naturale capacità del corpo umano di disintossicarsi da tossine e veleni. In questo mondo avvelenato, il Sistema di Guarigione della Dieta Senza Muco fornisce i fondamenti per un'alimentazione e stile di vita che sono essenziali per la buona riuscita dei vari protocolli di disintossicazione.
Tutti i libri originali di Arnold Ehret sono reperibili sul sito www.arnoldehret.it | Libri

domenica 10 settembre 2017

Nasciamo senza portare (N. Nur-ad-Din)

fonte http://www.lameditazionecomevia.it/testi.htm
 
Nasciamo senza portare
nulla, moriamo senza poter
portare nulla, ed in mezzo,
nell'eterno che si
ricongiunge nel breve
battito delle
ciglia, litighiamo per
possedere qualcosa.

domenica 3 settembre 2017

Guerra tra poveri: chi ci guadagna?

di GIANLUCA BALDINI (FSI Pescara)
Anni fa conobbi Saïd.
Veniva dal Marocco, aveva il viso angelico di un bambino, la voce squillante, gli occhi grandi e tondi che quasi la sua testolina non li conteneva. Carnagione olivastra da fototipo magrebino, capelli corti ricci neri come il petrolio. La sera stavamo insieme, gli offrivo spesso da mangiare e da bere. Adorava il panino con la frittata e lo mandava giù alla velocità della luce con una lattina di Coca Cola. Saïd mi inteneriva solo a guardarlo, piccolo, implume e innocuo. Poco dopo scoprii che aveva qualche anno più di di me, ma continuavo a trattarlo come un cuginetto da accudire. Mi raccontò la sua storia, un film drammatico che ambiva a concludersi con un lieto fine. Saïd aveva raggiunto l’Europa illegalmente dalla Spagna, viaggiando in un vano sotto il semirimorchio di un camion. Un viaggio attaccato alla vita con l’asfalto che correva sotto a cento all’ora. Mi diceva di essere ospite di alcuni ragazzi che lo avevano aiutato una volta raggiunta l’Italia in un appartamento vicino lo stadio, che però non volle mai farmi vedere. Passò da Roma e si ritrovò a Pescara per puro caso, nel suo vagare senza meta. Saïd le giornate le passava per strada, con gli altri diseredati nordafricani che bazzicano la stazione. Non passò molto tempo, forse un paio di mesi, prima di iniziare ad assistere alla sua trasformazione. La strada è una scuola di vita, dove non esistono i compiti in classe, i voti, gli esami. Si affrontano prove ben più faticose e rischiose. O sopravvivi, o muori. Questo è il metro di valutazione. Sono certo che Saïd volesse sopravvivere e che, se avesse potuto, avrebbe scelto un’altra strada. Fatto sta che di lì a poco mi avrebbe incrociato per strada ignorandomi, con gli occhi sbarrati e iniettati di sangue e la camminata dinoccolata strafottente da ras del quartiere. Avevo capito tutto. Una sera lo incontrati col suo gruppo di “amici” e lo avvicinai per salutarlo e chiedergli come andasse. Mi rispose “sciao belo, fumo, coca…?”. Il “lieto fine” di questa storia purtroppo si è consumato nel carcere di San Donato. Non ho più saputo nulla di Saïd e francamente non ci ho neanche più pensato, sono passati più dieci anni ormai.
Stamattina però mi è tornato in mente Saïd. L’ho rivisto negli occhi di Samuel, un ragazzo nigeriano che è arrivato un mese fa in città. Aspetta seduto su una cassetta della frutta rotta all’ingresso di un noto bar del centro dove vado a fare colazione ogni mattina. Samuel sembra un angelo, come Saïd. Ha un viso delicato e lo sguardo che parla da solo. Le sofferenze e la voglia di riscatto gliele leggi negli occhi. Sembra un bambinone, ma ha poco più di vent’anni. Quando lo incrocio gli chiedo se vuole fare colazione. Solo la prima volta ha accettato di buon grado, ma ormai mi dice sempre che ha già fatto, così all’uscita gli lascio due euro. “Dio ti benedica, grazie, buona giornata”. Per due euro, Cristo! “Dio ti benedica”. Perché per lui due euro sono oro. La sofferenza e la marginalità ti portano ad accettare tutto, a sopravvivere di fronte alle difficoltà e ad accogliere qualsivoglia tipo di aiuto come una benedizione dal cielo. Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che questo bambinone faccia la fine dell’amico venuto dal Marocco? La delinquenza nigeriana non ha nulla da invidiare alle altre. Molte prostitute di colore sono nigeriane e sappiamo che vengono portate qui con la promessa del paradiso e poi finiscono per strada sfruttate e ricattate con rituali voodoo, perché i nigeriani sono per lo più animisti e credono nella magia nera. Gli sfruttatori nigeriani sono i più efferati, arrivano a praticare mutilazioni e vessazioni di ogni tipo. E, benché specializzati nel mercato del sesso a pagamento, non disdegnano il business della droga. Quando Samuel verrà avvicinato da questi bastardi subumani sarà troppo tardi anche per lui, ma certe storie sono tutte uguali, dall’incipit al finale. Se vivi per strada, tra l’altro in un paese straniero, la lotta per la sopravvivenza ti porta a fare scelte che non avresti mai voluto fare. È inevitabile.
Ecco perché dico che l’accoglientismo scriteriato, le porte aperte a tutti, il mondo senza frontiere, la fratellanza universale… sono belle parole per descrivere un inferno senza fine. Samuel, che è un angelo, probabilmente farà una brutta fine. La sua storia sarà strumentalizzata per alimentare il razzismo più becero. L’intolleranza monterà fino al limite dell’odio sociale, mentre aumenteranno sempre di più i casi di giovani bravi ragazzi stranieri assoldati dai peggiori criminali loro connazionali.
Contemporaneamente gli italiani che vivono condizioni di marginalità si sentiranno depredati delle risorse che spetterebbero loro, perché nell’attuale sistema economico, in regime di pareggio di bilancio, le risorse destinate a un utilizzo sono sottratte ad altro. I quattro miliardi di euro l’anno impiegati per la gestione dei migranti (cui l’UE aggiunge una miseria, 90 milioni) sono risorse che potrebbero essere destinate per esempio all’edilizia residenziale pubblica per coprire l’emergenza abitativa di quanti risiedono in italia (italiani e immigrati regolari) e non hanno alloggi disponibili.
In questa guerra tra poveri perdono tutti. I migranti, utilizzati per alimentare un business e sbattuti da una parte all’altra senza garanzia alcuna sulla fine che faranno. Gli immigrati regolari che risiedono e lavorano in Italia, che pagano con la diffidenza o anche l’odio sociale le politiche di importazione di uomini che stanno generando tensioni crescenti. Gli italiani più poveri, che si sentono saccheggiati dallo straniero e nei quali viene dunque inoculato il virus del razzismo.
Per capire chi desidera tutto ciò, fatevi una domanda: se tutte queste categorie di persone, che costituiscono le fasce deboli, ci perdono, chi ci guadagna?

lunedì 28 agosto 2017

Fantastico documentario nord coreano .PROPAGANDA ASSOLUTAMENTE DA VEDERE,PER RIFLETTERE

Tutto,meno che dittatura la nord corea,alta psicologia,ci conoscono benissimo.
 Presentato da un anonimo professore nordcoreano, questo film propagandistico anti-occidentale attacca l'attenuazione morale, la manipolazione politica e l'iper-consumismo che caratterizzano il mondo occidentale. Nei capitoli con titoli come "Storia della riscrittura", "Pubblicità" e "Il culto della celebrità", siamo trattati in una serie di eccessi occidentali e globalizzazione più imbarazzanti, la "guerra psicologica" a opera di multinazionali, Consumatori e il fallimento della democrazia. Poi c'è tempo per la cultura "Grab it!" Dell'1% e un ulteriore deterioramento morale nella forma di Paris Hilton, spettacoli televisivi etici e film e giochi violenti. Verso la fine di questo pezzo di propaganda, il ruolo della Corea del Nord in tutto questo diventa chiaro: il paese vorrebbe offrire se stesso come sede per la lotta crescente contro la schiavitù dei consumatori e l'avidità in tutto il mondo.
"In un viaggio per visitare la famiglia a Seul in aprile, mi è stato avvicinato da un uomo e una donna che hanno dichiarato di essere defunti di Corea del Nord. Mi hanno presentato con un DVD che recentemente è venuto in loro possesso e mi ha chiesto di tradurlo. Hanno anche chiesto di pubblicare il film completato su Internet in modo da poter raggiungere un pubblico in tutto il mondo. Ho creduto a quello che mi è stato detto e un accordo è stato fatto per proteggere le loro identità (e la mia).
Nonostante le mie preoccupazioni su ciò che stavo vedendo quando sono tornato a casa, ho continuato a tradurre e pubblicare il film su You Tube a causa del contenuto straordinario del film. Ora ho reso pubblico la mia convinzione che questo film non è mai stato destinato ad un pubblico interno nella RPDC. Invece, credo che queste persone, che si sono presentate come "defettori" mi hanno specificamente mirato a causa della mia reputazione di traduttore e interprete.
Inoltre, credo che queste persone lavorino per la RPDC. Il fatto che ho continuato a tradurre e postare il film nonostante questo credo non mi faccia complicare nella loro intenzione di diffondere la loro ideologia. Ho scelto di continuare a pubblicare questo film perché - a prescindere da chi lo ha fatto - credo che le persone dovrebbero vedere i t per le questioni che solleva e sono in piedi per il mio diritto di inviarlo per le persone a condividere e discutere liberamente tra di loro

domenica 20 agosto 2017

INTERPRETAZIONI DIVERGENTI IN SENO AL CAMPO ANTIMPERIALISTA

Fonte http://www.comedonchisciotte.net
Quando, nel 2011, gli jihadisti attaccarono il suo Paese, la reazione del presidente Bachar el-Assad fu controcorrente: invece di rafforzare i poteri dei servizi di sicurezza, li ridusse. Ora, sei anni dopo, la Siria sta per uscire vincitrice dalla più importante guerra dopo il Vietnam. Lo stesso tipo di aggressione si sta verificando in America Latina, che però risponde in maniera molto più canonica. Thierry Meyssan illustra le differenze di analisi e strategia del presidente Assad, da un lato, e dei presidenti Maduro e Morales dall’altro. Non è questione di mettere questi leader in concorrenza fra loro, ma di invitarli a prescindere dagli indottrinamenti politici e di tener conto delle guerre più recenti.


L’operazione di destabilizzazione del Venezuela continua. Nella fase iniziale, gruppuscoli violenti che manifestavano contro il governo hanno ucciso dei semplici passanti e persino cittadini che si erano uniti alla loro protesta. In una seconda fase, i grandi distributori di derrate alimentari hanno organizzato una penuria di beni nei supermercati. In seguito, appartenenti alle forze dell’ordine hanno attaccato ministeri, fatto appello alla ribellione e sono entrati in clandestinità.
La stampa internazionale continua ad attribuire i morti delle manifestazioni al “regime”, sebbene numerosi video dimostrino che si tratta di assassinii deliberatamente perpetrati dagli stessi manifestanti. Fondandosi su queste informazioni menzognere, i media definiscono «dittatore» il presidente Nicolas Maduro, come fecero sei anni or sono con Muammar Gheddafi e Bachar el-Assad.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) contro il presidente Maduro, come, a suo tempo, utilizzarono la Lega Araba contro il presidente el-Assad. Senza aspettare di essere esclusa dall’OSA, Caracas ne ha denunciato i metodi ne è uscita.
Ciononostante, il governo Maduro ha subito due fallimenti:
-  Gran parte dei suoi elettori non sono andati a votare nelle le elezioni legislative di dicembre 2015, consentendo in tal modo all’opposizione di ottenere la maggioranza in parlamento.
-  Si è fatto prendere alla sprovvista dalla penuria di derrate alimentari, sebbene un’operazione analoga fosse stata in passato organizzata in Cile, contro Allende, e in Venezuela, contro Chávez. Ci sono volute parecchie settimane perché il governo riuscisse a organizzare nuovi circuiti di approvvigionamento.
Con ogni probabilità, il conflitto avviato in Venezuela non si fermerà alle sue frontiere. Infiammerà tutto il nord-ovest del continente sudamericano e i Caraibi.
Un passo aggiuntivo sono i preparativi militari in corso in Messico, Colombia e Guyana Britannica contro Venezuela, Bolivia ed Equador. Il coordinamento è opera dell’équipe dell’ex Ufficio Strategico per la Democrazia Globale (Office of Global Democracy Strategy); unità creata dal presidente Bill Clinton, continuata dal vice-presidente Dick Cheney e da sua figlia Liz. Mike Pompeo, attuale direttore della CIA, ha confermato l’esistenza dell’organizzazione, inducendo la stampa, e poi il presidente Trump, a parlare di un’opzione militare statunitense [contro il Venezuela].
L’équipe del presidente Maduro non ha ritenuto, per salvare il proprio Paese, di seguire l’esempio del presidente el-Assad. Secondo Maduro e i suoi collaboratori, le situazioni dei due Paesi sono totalmente differenti. Gli Stati Uniti, principale potenza capitalista, aggredirebbero il Venezuela per impossessarsi del suo petrolio, secondo uno schema più volte collaudato in tre continenti. Questa prospettiva è stata ribadita da un recente discorso del presidente boliviano, Evo Morales.
È importante ricordare che il presidente Saddam Hussein, nel 2003, e la Guida Muhammar Gheddafi, nel 2011, nonché numerosi consiglieri del presidente Assad hanno ragionato allo stesso modo. Hanno ritenuto che gli Stati Uniti avessero aggredito Afghanistan e Iraq, poi Tunisia, Egitto, Libia e Siria solo per far cadere regimi che opponevano resistenza all’imperialismo americano, e poter così controllare le risorse d’idrocarburi del Medio Oriente allargato. Ancora oggi numerosi autori antimperialisti insistono in quest’analisi, cercando, per esempio, di spiegare la guerra alla Siria con l’interruzione del progetto di gasdotto del Qatar.
Ebbene, un tale ragionamento si è dimostrato falso. Gli Stati Uniti non cercavano né di rovesciare governi progressisti (Libia e Siria) né d’impadronirsi del petrolio e del gas della regione, ma di distruggere Stati, di ricacciare popolazioni nella preistoria, al tempo in cui «l’uomo era lupo per l’uomo».
I rovesciamenti di Saddam Hussein e di Muhammar Gheddafi non hanno ristabilito la pace. Le guerre sono continuate nonostante l’insediamento di un governo d’occupazione in Iraq e poi, nella regione, di governi cui partecipano collaboratori dell’imperialismo, oppositori delle indipendenze nazionali. Le guerre continuano, a dimostrazione che Washington e Londra non volevano rovesciare regimi né difendere democrazie, bensì conculcare popoli. È una constatazione fondamentale che stravolge la comprensione dell’imperialismo contemporaneo.
Questa strategia, radicalmente nuova, cominciò a essere insegnata da Thomas P. M. Barnett dopo l’11 settembre 2001. È stata resa pubblica ed esposta nel marzo 2003 — ossia appena prima della guerra contro l’Iraq — in un articolo di Esquire, poi nel libro eponimo The Pentagon’s New Map, però è apparsa talmente crudele che nessuno ha creduto potesse essere applicata.
L’imperialismo ha bisogno di dividere il mondo in due: da un lato, una zona stabile che gode dei benefici del sistema, dall’altro un caos spaventoso in cui nessuno più pensa a resistere, ma unicamente a sopravvivere; una zona in cui le multinazionali possano estrarre le materie prime di cui hanno bisogno senza rendere conto ad alcuno.
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Secondo questa mappa, estratta da un Powerpoint presentato da Thomas P. M. Barbett nella conferenza tenuta nel 2003 al Pentagono, tutti gli Stati della zona rosa devono essere distrutti. Questo progetto non ha nulla a che fare né, sul piano nazionale, con la lotta di classe, né con lo sfruttamento di risorse naturali. Dopo il Medio Oriente allargato, gli Stati Uniti si apprestano a ridurre in rovina l’America Latina del nord-ovest.
Dal XVII secolo e dalla guerra civile britannica, l’Occidente si è sviluppato nell’ossessione del caos. Thomas Hobbes ci ha insegnato a sottometterci alla ragione di Stato piuttosto che rivivere il tormento del caos. La nozione di caos è ricomparsa solo dopo la seconda guerra mondiale, con Leo Strauss. Questo filosofo, che ha personalmente formato esponenti del Pentagono, voleva costruire una nuova forma di potere affondando una parte del mondo nell’inferno.
L’esperienza jihadista in Medio Oriente allargato ci ha mostrato cos’è il caos.
Il presidente el-Assad, dopo aver reagito in modo prevedibile agli avvenimenti di Deraa (marzo-aprile 2011), ossia inviando l’esercito a reprimere gli jihadisti della moschea al-Omari, è stato il primo a capire quel che stava succedendo. Invece di accrescere i poteri delle forze dell’ordine per reprimere l’aggressione esterna, ha dato al popolo gli strumenti per difendere il proprio Paese.
Innanzitutto ha revocato lo stato d’emergenza, dissolto i tribunali speciali, liberalizzato le comunicazioni internet, vietato alle forze armate di usare armi, qualora, così facendo, innocenti fossero messi in pericolo.
Queste decisioni, diverse da quanto la logica dei fatti avrebbe suggerito, implicavano pesanti conseguenze. Per esempio, durante un attacco a un convoglio militare a Banias, i soldati si sono astenuti dall’usare armi per legittima difesa. Hanno preferito essere mutilati dalle bombe degli assalitori, e talvolta morire, piuttosto che sparare con il rischio di ferire gli abitanti, che li guardavano lasciarsi massacrare senza reagire.
Come molti all’epoca, anch’io ho pensato che Assad fosse un presidente debole, che i soldati fossero troppo leali, che la Siria sarebbe stata distrutta. Tuttavia, sei anni dopo Bachar el-Assad e le forze armate siriane hanno vinto la scommessa. All’inizio, i soldati hanno lottato soli contro l’aggressione straniera. Poi, poco a poco, ogni cittadino si è impegnato, ciascuno secondo le proprie possibilità, nella difesa Paese. Quelli che non hanno potuto o voluto resistere sono andati in esilio. I siriani hanno certamente molto sofferto, ma la Siria è l’unico Paese al mondo, dopo la guerra del Vietnam, ad aver resistito fino a che l’imperialismo s’è stancato e ha rinunciato.
In secondo luogo, di fronte all’invasione di una moltitudine di jihadisti provenienti da tutte le popolazioni mussulmane, dal Marocco alla Cina, il presidente Assad ha deciso di abbandonare parte del territorio per salvare il proprio popolo.
L’Esercito arabo siriano si è ripiegato nella “Siria utile”, ossia nelle città, abbandonando campagne e deserti agli aggressori. Nel frattempo Damasco provvedeva senza interruzione all’approvvigionamento alimentare in tutte le regioni controllate. Contrariamente a un preconcetto dell’Occidente, la carestia ha imperversato solo nelle zone controllate dagli jihadisti e in qualche città da loro assediata; i “ribelli stranieri” (scusate l’ossimoro) venivano approvvigionati dalle associazioni “umanitarie” occidentali perché utilizzassero la distribuzione di pacchi alimentari per sottomettere le popolazione da loro stessi affamate.
Il popolo siriano ha toccato con mano che a nutrirlo e proteggerlo era la Repubblica, non i Fratelli Mussulmani e i loro jihadisti.
In terzo luogo, il presidente Assad, in un discorso pronunciato il 12 dicembre 2012, ha delineato come intendeva ricostruire l’unità del Paese. In particolare ha sottolineato la necessità di redigere una nuova costituzione e di sottoporla all’approvazione della maggioranza qualificata della popolazione, quindi procedere a elezioni democratiche dei responsabili di tutte le istituzioni, incluso il presidente, ovviamente.
All’epoca gli occidentali si sono burlati del presidente Assad che pretendeva convocare elezioni in piena guerra. Oggi la totalità dei diplomatici coinvolti nella risoluzione del conflitto, compresi quelli delle Nazioni Unite, sostiene il piano Assad.
Mentre i commando degli jihadisti circolavano ovunque nel Paese, soprattutto a Damasco, e assassinavano uomini politici, anche nelle loro case e con le loro famiglie, il presidente Assad ha incoraggiato gli oppositori a palesarsi. Ha garantito la sicurezza del liberale Hassan el-Nouri e del marxista Maher el-Hajjar per garantirgli la possibilità di presentarsi alle elezioni presidenziali del giugno 2014. Nonostante l’appello al boicottaggio dei Fratelli Mussulmani e dei governi occidentali, nonostante il terrore jihadista, nonostante l’esilio all’estero di milioni di cittadini, il 73,42% degli elettori ha risposto alla chiamata alle urne.
In nome dello stesso principio, sin dall’inizio della guerra Assad ha creato un ministero per la Riconciliazione nazionale, fatto unico in un Paese in guerra, e l’ha affidato ad Ali Haidar, presidente di un partito alleato, il PSNS. Haidar ha negoziato e concluso più di un migliaio di accordi di amnistia di cittadini che avevano preso le armi contro la Repubblica, che poi sono stati integrati nell’Esercito arabo siriano.
Durante questa guerra, contrariamente a quanto afferma chi lo accusa gratuitamente di praticare torture generalizzate, il presidente Assad non ha mai usato mezzi coercitivi contro il proprio popolo. Non ha mai imposto l’arruolamento in massa e la coscrizione obbligatoria. Ogni giovane ha la possibilità di sottrarsi agli obblighi militari. Prassi amministrative permettono a ogni cittadino maschio di evitare il servizio militare, se non desidera difendere il proprio Paese con le armi. Unicamente gli esiliati, che non hanno accesso a queste prassi, possono trovarsi in situazione d’irregolarità rispetto alle norme.
Per sei anni, il presidente Assad ha costantemente, da un lato, fatto appello al proprio popolo, responsabilizzandolo e, dall’altro, ha cercato, per quanto possibile, di nutrirlo e proteggerlo. Ha sempre corso il rischio di dare prima di ricevere. Ed è per questo che oggi ha conquistato la fiducia dei siriani e può contare sul loro sostegno attivo.
Le élite sudamericane sbagliano se intendono proseguire la lotta per una ripartizione più equa delle ricchezze, che fu dei decenni passati. Oggi la lotta più importante non è tra maggioranza del popolo e una piccola classe di privilegiati. La scelta cui si sono trovati di fronte i popoli del Medio Oriente allargato, e alla quale ora i sudamericani devono rispondere a loro volta, è difendere la patria o morire.
I fatti lo dimostrano: l’imperialismo contemporaneo non mira più prioritariamente a fare man bassa delle risorse naturali. Oggi vuole dominare il mondo e saccheggiarlo senza scrupoli. Mira ormai a schiacciare i popoli e a distruggere le società delle regioni di cui già sfrutta le risorse.
In quest’èra di ferro e fuoco, solo la strategia di Assad permette di rimanere eretti e liberi.
Traduzione
Rachele Marmetti
Il Cronista

Fonte : “Interpretazioni divergenti in seno al campo antimperialista”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2017, www.voltairenet.org/article197505.html

domenica 13 agosto 2017

Le cose belle succedono a coloro che sanno aspettare

Fonte https://lamenteemeravigliosa.it


Pazienza”, un’altra volta questa parola. Colui che aspetta si dispera e si confonde. Soprattutto quando si scontra con l’incertezza di non sapere quando avverrà ciò che aspetta.
Non stancatevi di aspettare. La ricompensa sta attendendo che abbiate pazienza.
Tuttavia, la pazienza è più che l’attesa: è l’aspettativa calmata, è una sorta di pausa dei nostri desideri. La pazienza non ci addormenta i sensi, bensì si impone contro l’angoscia e ci sveglia.

La pazienza è amara, ma i suoi frutti sono dolci

È difficile da capire, ma avere pazienza non significa caricarsi di stress e sopportare fino a non poterne più ed esplodere. Si tratta di un’arte capace di liberarci da cariche emotive superflue, che ci permette di permanere in uno stato di pace.
“Se sarai paziente in un momento d’ira, sfuggirai a cent’anni di tristezza”.
Alcune filosofie orientali parlano del dono della pazienza cono se fosse una forza che la nostra mente utilizza per comunicare al resto del corpo che ciò che si aspetta arriverà.
Le cose belle del mondo richiedono pazienza: un amore complicato, una persona quasi inarrivabile, una preparazione fisica, un concorso, … Insomma, qualsiasi meta o qualsiasi traguardo che ci mettiamo in testa. Bisogna ricoprirsi di un velo di entusiasmo e passione.
chi sa aspettare 2

Colui che aspetta senza disperare trova l’inaspettato

Spesso, crediamo che la vita ci stia dicendo “No”, mentre, in realtà, ci sta solo dicendo “Aspetta”. Diventiamo impazienti e, di conseguenza, il nostro nervosismo ci spinge a commettere errori.
A volte, ci sentiamo stanchi, avvertiamo che i nostri amici, il nostro partner o le nostre aspettative irrealizzate ci esasperano, che non arriva niente di quel che volevamo creare e che la vita non è fatta per noi.

La pazienza: una regina annientata dalla velocità

“Il segreto della pazienza è ricordare che il dolore è temporaneo e la ricompensa è eterna”.
Colui che resiste, vince. Tuttavia, se consideriamo l’interesse che, normalmente, mettiamo nel coltivare questa qualità, ci rendiamo conto che la pazienza è una regina ormai annientata. Ci viene insegnato che dobbiamo primeggiare in tutto, emergere sugli altri, correre.
Se affrontiamo le cose pazientemente, gli altri ci lasciano fuori dal gioco, ci fanno capire che non valiamo abbastanza. Ciononostante, è bene sapere che tutti i traguardi richiedono tempo e pazienza: questi due strumenti, infatti, sono gli unici che ci assicurano di raggiungere i nostri obiettivi.
chi sa aspettare 3

Lavorare sulla pazienza per conoscere sé stessi

“Comprendere sé stessi richiede pazienza e tolleranza; l’Io è un libro composto da molti capitoli, impossibile da leggere in un unico giorno. Tuttavia, quando inizi a leggerlo, devi leggerne ogni parola, ogni frase, ogni paragrafo, perché in essi vi sono gli indizi della totalità. Il principio è in essenza il finale. Se sai leggere, potrai trovare la saggezza suprema”.
Jiddu Krishnamurti
I grandi saggi sono persone calme, pazienti e sicure di sé stesse. Questi elementi ci aiutano a capire che essere pazienti ci farà contemplare il mondo con più sensatezza e capacità di comprensione.
Quando non coltiviamo il dono della pazienza, ci comportiamo in maniera impulsiva e irrazionale, creando o aggravando i nostri problemi e lasciandoci sfuggire moltissime opportunità.
In realtà, per coltivare la vostra pazienza non avete bisogno di tante cose, ma di semplici soluzioni da voi perfettamente raggiungibili. Ve le esponiamo brevemente.

1. Respirate

Respirare profondamente è sempre un buon metodo che ci aiuta a riflettere. Quando ci prendiamo dei secondi per respirare, stiamo offrendo una pausa al nostro dialogo interiore.

2. Scoprite perché avete tanta fretta

Riflettete sulle ragioni che vi rendono impazienti. Se vedete che esagerate, riorganizzate le vostre priorità. Pensarci su, e magari scrivere, vi aiuterà a calmarvi.

3. Individuate gli elementi che vi rendono impazienti

Può trattarsi di altre persone, di situazioni stressanti o addirittura di voi stessi. Tuttavia, il semplice fatto di essere consapevole di tutto ciò vi aiuterà a ridurre l’ansia.

4. La vostra pazienza è utile o giustificata?

Rispondete a questa domanda in maniera sincera e vedrete che farlo vi infonderà calma. Cercate la risposta dentro di voi e non temete di abbandonare abitudini per voi nocive.

5. Prendetevi del tempo e aspettate l’inaspettato

Dovete capire che potete anche fare mille piani, ma le cose non sempre riescono come volete. Accettate il fatto che la ruota gira e che, prima o poi, si fermerà dove desiderate voi. Siate realisti nelle vostre aspettative e comprensivi con gli altri.

6. Non abbiate paura di cambiare e non dimenticatevi di allenarvi

La pratica rende maestri. Sviluppare la pazienza implica lasciare da parte molte cattive abitudini con le quali convivete da tempo. Così come assimilare qualsiasi insegnamento, coltivare il dono della pazienza richiede temperamento.

sabato 15 luglio 2017

John Pilger: PERCHE' LA PALESTINA E' ANCORA IL PROBLEMA

Quando da giornalista in erba mi recai per la prima volta in Palestina negli anni ’60, alloggiai in un kibbutz. Le persone che incontrai erano instancabili, spiritose e si autodefinivano socialiste. Mi piacevano.
Una sera a cena chiesi di chi fossero le sagome di persone che vedevo in lontananza, oltre il nostro perimetro.


“Arabi”, dissero, “nomadi”. Le parole erano quasi sputate fuori. Israele, dicevano intendendo la Palestina, era stato per lo più una terra desolata e uno dei grandi progetti dell’iniziativa sionista era stata quella di trasformare in zona verde il deserto.
Usarono come esempio il raccolto di arance di Jaffa, esportate in tutto il mondo, quale trionfo sulla natura e sulla noncuranza umana.
Era la prima bugia. La maggior parte degli aranceti e dei vigneti appartenevano ai palestinesi che avevano lavorato il suolo ed esportato le arance e le uve in Europa fin dal XVIII secolo. L’ex città palestinese di Jaffa era conosciuta dai suoi abitanti precedenti come “la casa delle arance tristi”.
Nel kibbutz, la parola “palestinese” non si usava mai. Perché, chiesi. La risposta fu un silenzio imbarazzato.
In tutto il mondo colonizzato, la sovranità reale dei popoli indigeni è temuta da coloro che non possono mai del tutto coprire il fatto, e il crimine, che stanno vivendo su terra rubata.
Il passo successivo è negare l’umanità della gente – come il popolo ebraico sa fin troppo bene. Inquinare la dignità, la cultura e l’orgoglio della gente ne consegue logicamente, come pure la violenza.
A Ramallah, dopo un’invasione della Cisgiordania da parte del defunto Ariel Sharon nel 2002, ho attraversato strade piene di macchine schiacciate e case demolite, per raggiungere il Centro Culturale Palestinese. Fino a quella mattina vi si erano accampati i soldati israeliani.
Mi venne incontro la direttrice del centro, la scrittrice Liana Badr, i cui manoscritti originali si trovavano sparsi e strappati sul pavimento. Il disco rigido contenente la sua narrativa e una biblioteca di drammi e poesie erano stati presi dai soldati israeliani. Quasi tutto era distrutto e insudiciato.
Non un solo libro si era salvato con tutte le pagine; non un singolo nastro master di una delle migliori collezioni del cinema palestinese.
I soldati avevano urinato e defecato sui pavimenti, sulle scrivanie, sui ricami e sulle opere d’arte. Avevano spalmato le feci sui dipinti dei bambini e scritto – con la merda – “Nato per uccidere”.
Liana Badr aveva le lacrime agli occhi, ma rimaneva indomita. Disse: “Rimetteremo tutto a posto”.
Ciò che più fa infuriare quelli che colonizzano e occupano, rubano e opprimono, vandalizzano e contaminano è il rifiuto delle vittime di assecondarli. E questo è il tributo che tutti dovremmo pagare ai palestinesi. Si rifiutano di abbassare la testa. Tirano avanti, aspettano – finché è ora di combattere nuovamente. E lo fanno persino quando chi li governa collabora con gli oppressori.
Nel bel mezzo del bombardamento israeliano di Gaza del 2014, il giornalista palestinese Mohammed Omer non smise mai di comunicare. Lui e la sua famiglia furono colpiti; lui si accodò per cibo e acqua e li portò tra le macerie. Quando lo chiamavo, potevo sentire le bombe fuori dalla porta di casa sua. Si è rifiutato di abbassare la testa.
Gli articoli di Mohammed, illustrati da fotografie esplicite, sono stati un modello di giornalismo professionale che ha svergognato i reportage conformi e vili del cosiddetto mainstream in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La nozione di obiettività della BBC – che amplifica miti e menzogne delle autorità, una pratica di cui è orgogliosa – viene ogni giorno smascherata da gente come Mohamed Omer.
Sono più di 40 anni che testimonio il rifiuto del popolo della Palestina di compiacere i loro oppressori: Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Europea.
Dal 2008 solo la Gran Bretagna ha concesso permessi per l’esportazione di armi e missili, droni e fucili da cecchino in Israele per il valore di 434 milioni di sterline.
Coloro che, senza armi, si sono ribellati a tutto questo, quelli che si sono rifiutati di abbassare la testa, sono tra i palestinesi che ho avuto il privilegio di conoscere: il mio amico, il defunto Mohammed Jarella, che lavorava per l’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA, che nel 1967 mi mostrò un campo profughi palestinese per la prima volta. Era una gelida giornata invernale e gli scolari erano scossi dal freddo. “Un giorno…” mi disse. “Un giorno…”
Mustafa Barghouti, la cui eloquenza rimane indiscussa, che descrisse la tolleranza che esisteva in Palestina tra ebrei, musulmani e cristiani fino a quando, mi disse, “i sionisti hanno voluto uno stato a spese dei palestinesi”.
La dottoressa Mona El-Farra, medico a Gaza, il cui obiettivo era di raccogliere fondi per la chirurgia plastica di bambini sfigurati da pallottole e da schegge di proiettili israeliani. Il suo ospedale fu raso al suolo dalle bombe israeliane nel 2014.
Il dottor Khalid Dahlan, psichiatra, le cui cliniche per bambini a Gaza – bambini resi quasi pazzi dalla violenza israeliana – erano oasi di civiltà.
Fatima e Nasser sono una coppia la cui casa si trovava in un villaggio vicino a Gerusalemme designato come “Zona A e B”, il che significa che la terra è stata dichiarata per soli ebrei. I loro genitori vi avevano vissuto; i loro nonni vi avevano vissuto. Lì oggi i bulldozer stanno costruendo strade per soli ebrei, protetti da leggi per soli ebrei.
Era passata la mezzanotte quando Fatima, incinta del secondo figlio, accusò dolori di parto. Il bambino era prematuro. Quando arrivarono ad un posto di blocco, con l’ospedale in vista, il giovane soldato israeliano disse che avevano bisogno di un altro documento.
Fatima stava sanguinando copiosamente. Il soldato, ridendo, imitava i suoi gemiti, poi disse: “Andate a casa”. Il bambino nacque lì, in un camion. Era blu dal freddo e presto, senza cure, morì di ipotermia. Il nome del bambino era Sultan.
Per i palestinesi, queste sono storie note. La domanda è: perché non sono note a Londra e Washington, Bruxelles e Sydney?
In Siria, una recente causa per diffamazione – una causa alla George Clooney – è foraggiata generosamente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, nonostante i beneficiari, i cosiddetti ribelli, siano dominati da fanatici jihadisti, il prodotto dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e della distruzione della moderna Libia.
Tuttavia, la più lunga occupazione e resistenza dei nostri tempi non è riconosciuta. Quando le Nazioni Unite improvvisamente si svegliano e definiscono Israele uno stato dove vige l’apartheid, come è avvenuto quest’anno, tutti s’indignano – ma non contro uno stato il cui “scopo principale” è il razzismo, ma contro una commissione ONU che ha osato rompere il silenzio.
“La Palestina”, affermava Nelson Mandela, “è la più grande questione morale del nostro tempo”.
Perché questa verità è soppressa, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno?
Su Israele – lo stato dell’apartheid colpevole di crimini contro l’umanità e di aver infranto più leggi internazionali di chiunque altro – il silenzio persiste tra coloro che sanno e il cui compito è quello di dire le cose come stanno.
Su Israele, il giornalismo è così intimidito e controllato da un pensiero unico che richiede il silenzio sulla Palestina mentre il giornalismo corretto è diventato dissidenza: una metafora metropolitana.
Una sola parola – “conflitto” – consente questo silenzio. “Il conflitto arabo-israeliano”, declamano i robot leggendo il telesuggeritore. Quando un giornalista veterano della BBC, un uomo che conosce la verità, si riferisce a “due narrazioni”, la stortura morale è completa.
Non c’è conflitto, né due narrazioni, con le loro ragioni morali. C’è un’occupazione militare imposta da una potenza nucleare sostenuta dal potere militare più grande sulla terra; e c’è un’ingiustizia epica.
La parola “occupazione” può essere vietata, cancellata dal dizionario. Ma la memoria storica della verità non può essere bandita: l’espulsione sistemica dei palestinesi dalla loro patria. “Piano D” gli israeliani lo chiamarono nel 1948.
Lo storico israeliano Benny Morris racconta come a David Ben-Gurion, primo primo ministro Israeliano, sia stato chiesto da uno dei suoi generali: “Cosa dobbiamo farne degli arabi?”
Il primo ministro, scrive Morris, “fece un gesto energico e dispregiativo con la sua mano”. “Scacciateli!” disse.
Settant’anni dopo, questo crimine è cancellato nella cultura intellettuale e politica dell’Occidente. O è discutibile o semplicemente controverso. Giornalisti profumatamente pagati accettano di buon grado i viaggi governativi israeliani, l’ospitalità e l’adulazione, e poi sono aggressivi nelle loro proteste di indipendenza. Il termine “utili idioti”, fu coniato per loro.
Nel 2011 mi colpì la facilità con cui uno dei più acclamati scrittori britannici, Ian McEwan, un uomo immerso nel bagliore dell’illuminazione borghese, accettò il “Jerusalem Prize” per la letteratura nello stato dell’apartheid.
McEwan sarebbe andato a Sun City nel Sud Africa dell’apartheid? Anche lì danno via premi, con tutte le spese pagate. McEwan giustificò il suo atto con alcune parole subdole sull’indipendenza della “società civile”.
Propaganda – come quella che McEwan ha elargito, con la simbolica bacchettata sulle mani dei suoi ospiti felici – è un’arma per gli oppressori della Palestina. Come lo zucchero, oggi si insinua dappertutto.
Comprendere e analizzare punto per punto la propaganda di stato e culturale è il nostro compito più importante. Stanno facendoci marciare al passo dell’oca verso una seconda guerra fredda il cui obiettivo finale è quello di sottomettere e balcanizzare la Russia e intimidire la Cina.
Quando Donald Trump e Vladimir Putin hanno parlato privatamente per più di due ore alla riunione del G20 ad Amburgo, a quanto pare sulla necessità di non combattere tra di loro, gli obiettori più vociferi sono stati coloro che avevano sequestrato il liberalismo, come lo scrittore politico sionista del Guardian.
“Non c’è da meravigliarsi che ad Amburgo Putin sorridesse”, ha scritto Jonathan Freedland. “Sa di aver raggiunto il suo obiettivo principale: rendere nuovamente debole l’America”. Aggiungere il sibilo del malvagio Vlad.
Questi propagandisti non hanno mai conosciuto la guerra, ma amano il gioco imperiale della guerra. Ciò che Ian McEwan chiama “società civile” è diventato una ricca fonte di propaganda correlata.
Prendiamo un termine spesso usato dai tutori della società civile – “diritti umani”. Come un altro nobile concetto, “democrazia”, “diritti umani” è stato quasi del tutto svuotato del suo significato e del suo scopo.
Come il “processo di pace” e la “road map”, i diritti umani in Palestina sono stati sequestrati dai governi occidentali e dalle ONG aziendali che loro stessi finanziano e che pretendono di avere un’autorità morale idealista.
Perciò, quando Israele è chiamato dai governi e dalle ONG a “rispettare i diritti umani” in Palestina, non succede nulla, perché tutti sanno che non c’è niente da temere; nulla cambierà.
Guardate al silenzio dell’Unione Europea, che fa i comodi di Israele, mentre si rifiuta di mantenere i propri impegni nei confronti del popolo di Gaza, come quello di tenere aperto un corridoio vitale al confine con la frontiera di Rafah: una misura accettata come parte del suo ruolo nella cessazione dei combattimenti nel 2014. Un porto marittimo per Gaza, un progetto concordato da Bruxelles nel 2014, è stato abbandonato.
La commissione ONU che ho citato – il cui nome completo è la Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale – ha descritto Israele come, e cito, “progettato per lo scopo principale” di discriminazione razziale.
Milioni lo capiscono. Quello che i governi di Londra, Washington, Bruxelles e Tel Aviv non possono controllare è che l’umanità, di base, sta cambiando forse come mai prima.
Le persone in tutto il mondo sono in fermento e sono più consapevoli che mai, a mio avviso. Alcuni sono già in aperta rivolta. L’atrocità della Torre di Grenfell a Londra ha unito le comunità in una vibrante resistenza quasi a livello nazionale.
Grazie ad una campagna popolare, l’autorità giudiziaria sta oggi esaminando le prove per un possibile procedimento penale nei confronti di Tony Blair per crimini di guerra. Anche se questo dovesse fallire, è uno sviluppo cruciale, che demolisce un’altra barriera tra il pubblico e il suo riconoscimento della natura vorace dei crimini del potere di stato – il sistematico spregio per l’umanità perpetrato in Iraq, nella Torre di Grenfell, in Palestina. Quelli sono i puntini in attesa di essere collegati.
Per la maggior parte del XXI secolo, la frode del potere aziendale che si fingeva democrazia è stata dipendente dalla propaganda della distrazione: in gran parte per il culto del “me-ismo” progettato per disorientare il nostro senso di guardare agli altri, di agire insieme, di giustizia sociale e internazionalismo.
Classe, genere e razza sono stati dilaniati. Il personale è diventato il politico e i media il messaggio. La promozione del privilegio borghese è stata presentata come politica “progressiva”. Non lo era. Non lo è mai. È la promozione del privilegio e del potere.
Tra i giovani, l’internazionalismo ha trovato un nuovo e vasto pubblico. Guardate al sostegno per Jeremy Corbyn e l’accoglienza che il circo del G20 ha ricevuto ad Amburgo. Nel capire la verità e gli imperativi dell’internazionalismo e nel rifiutare il colonialismo, possiamo comprendere la lotta della Palestina.
Mandela affermava: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.
Nel cuore del Medio Oriente c’è la storica ingiustizia in Palestina. Fino a quando non si risolve, dando ai palestinesi la loro libertà e patria, ed uguaglianza di fronte alla legge di israeliani e palestinesi, non ci sarà pace nella regione, o forse da nessuna parte.
Quello che Mandela intendeva dire è che la libertà stessa è precaria, finché i governi potenti possono negare la giustizia ad altri, terrorizzare gli altri, imprigionare e uccidere gli altri, nel nostro nome. Israele capisce di certo la minaccia che un giorno potrebbe dover essere normale.
Ecco perché il suo ambasciatore in Gran Bretagna è Mark Regev, conosciuto ai giornalisti come un propagandista professionista e perché l'”enorme bluff” delle accuse di antisemitismo, come lo ha chiamato Ilan Pappe, è riuscito a scoordinare il partito laburista e minare Jeremy Corbyn come leader. Il punto è che non ci è riuscito.
Ora gli eventi si muovono con rapidità. La notevole campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) sta avendo successo, giorno per giorno; paesi e città, sindacati e organismi studenteschi la stanno avallando. Il tentativo del governo britannico di limitare i comitati locali nel far valere il BDS è fallito nei tribunali.
Queste non sono parole al vento. Quando i palestinesi sorgeranno di nuovo, e lo faranno, forse non ci riusciranno in un primo momento – ma infine ci riusciranno, se noi capiremo che loro sono noi e noi siamo loro.

John Pilger

Fonte: www.counterpunch.org
Link: https://www.counterpunch.org/2017/07/11/why-palestine-is-still-the-issue/
11.07.2017

Tradotto per Comedonchisciotte  a cura di GIANNI ELLENA

lunedì 3 luglio 2017

WASHINGTON E' IN GUERRA DA 16 ANNI: PERCHE'?



Sono sedici anni che gli Stati Uniti sono in guerra in Medio Oriente e Nord Africa, spendendo trilioni, commettendo crimini di guerra e mandando milioni di rifugiati in Europa. Contemporaneamente Washington dice di non potersi permettere le obbligazioni di Social Security e Medicare o di non poter finanziare un servizio sanitario nazionale.


Considerando le enormi esigenze che non possono essere soddisfatte a causa del massiccio costo di queste guerre, si potrebbe pensare che il popolo americano si chieda lo scopo di queste. Cosa si sta realizzando a questi enormi costi? Le esigenze domestiche sono trascurate in modo che il complesso militare/sicurezza possa ingrassare sui guadagni di guerra.
La mancanza di curiosità da parte del popolo americano, dei media e del Congresso sullo scopo di queste guerre, fondate interamente su menzogne, è straordinaria. Qual è il motivo di tale incredibile disinteresse per lo spreco di soldi e vite?
I cittadini sembrano accettare queste guerre in quanto risposta del governo all’11 settembre. Il che è anche peggio, dato che Iraq, Libia, Siria, Yemen, Afghanistan ed Iran (non ancora attaccato ma minacciato e sanzionato) non hanno nulla a che fare col 9/11. Ma questi paesi sono musulmani, e il regime Bush e i media presstitute sono riusciti ad associare l’11 settembre con gli islamici in generale.
Forse se gli americani e i loro “rappresentanti” al Congresso capissero per cosa si fanno le guerre, forse si opporrebbero. Perciò dirò il motivo della guerra in Siria e della futura in Iran. Pronti?
Ci sono tre ragioni per cui Washington (non l’America ma Washington, che non riflette l’America) fa guerra in Siria. La prima ha a che fare con i profitti del complesso militare.
Quest’ultimo è una combinazione di potenti interessi privati e governativi che necessitano di una minaccia per giustificare un budget che supera il PIL di molti paesi. La guerra svolge questo compito, e per essa si stanziano enormi somme pagate dai contribuenti, che sono vent’anni che vedono salire i propri debiti.
La seconda ragione ha a che fare con l’ideologia neocon dell’egemonia mondiale americana. Secondo i neoconservatori, che sono tutto tranne che conservatori, il crollo del comunismo e del socialismo significa che la Storia ha scelto il “capitalismo democratico”, che non è né democratico né capitalistico, come il sistema socioeconomico-politico mondiale: è dunque responsabilità di Washington imporre l’americanismo in tutto il mondo. Paesi come la Russia, la Cina, la Siria e l’Iran, che respingono l’egemonia americana, devono essere destabilizzati in quanto ostacoli all’unilateralismo yankee.
La terza ragione ha a che fare col fatto che Israele ha bisogno delle risorse idriche del Libano meridionale. Due volte Israele ha inviato l’esercito ad occupare quella regione e per due volte è stato cacciato dagli Hezbollah, milizia sostenuta da Siria e Iran.
Per dirla tutta, Gerusalemme sta usando l’America per eliminare i governi siriano e iraniano, che forniscono sostegno militare ed economico agli Hezbollah. Se i fornitori di Hezbollah venissero eliminati dagli americani, gli israeliani potrebbero occupare il sud del Libano, proprio come hanno fatto con la Palestina e parti della Siria.
Ecco i fatti: per 16 anni l’insopportabile popolo americano ha consentito al governo corrotto di Washington di buttare trilioni di dollari necessari a livello nazionale, ma assegnati ai profitti del complesso militare, al servizio dei neocon e di Israele.
La democrazia americana è chiaramente una farsa. Serve tutti, tranne gli americani.
Quali saranno le probabili conseguenze?
Il best case scenario è povertà per tutti, il peggiore è l’armageddon nucleare.
Washington ignora totalmente alcuni fatti incontrovertibili.
L’interesse di Israele a rovesciare Siria ed Iran è totalmente incompatibile conl’interesse russo di impedire l’invasione del jihadismo nel proprio paese ed in Asia centrale. Di conseguenza, Israele ha messo gli U.S.A. in diretto conflitto militare con Putin.
Gli interessi finanziari del military/security complex americano di circondare la Russia con siti missilistici sono incompatibili con la sovranità di quel paese, così come lo è l’enfasi neocon sull’egemonia mondiale statunitense.
Trump non controlla Washington. Il complesso citato (vedasi il discorso di Eisenhower), la lobby israeliana ed i neocon sì. Questi tre gruppi sovrastano il popolo americano, privo di voce in capitolo.
Tutti i parlamentari che hanno parlato male di Israele sono stati sconfitti nella loro campagna di rielezione. Questo è il motivo per cui se Israele vuole qualcosa, questa passa all’unanimità al Congresso. Come pubblicamente dichiarato dall’ammiraglio Tom Moorer, capo delle operazioni navali e chairman dei Joint Chiefs of Staff: “Nessun presidente americano può andar contro Israele”. Israele ottiene ciò che vuole, a prescindere dalle conseguenze per l’America.
L’ammiraglio Moorer aveva ragione. Gli Stati Uniti ogni anno danno ad Israele abbastanza soldi per acquistarne il governo. E quelli lo fanno. Il governo americano risponde molto più ad Israele che al proprio popolo. I voti di Camera e Senato lo dimostrano.
Incapace di resistere ad un paese minuscolo, Washington pensa di poter travolgere Russia e Cina. Continuare a provocarle è evidente segno di demenza. Invece di intelligenza vediamo hybris e arroganza, segni distintivi degli stupidi.
Il pianeta ha invece bisogno di leader occidentali intelligenti, con coscienza morale, che rispettino la verità e che comprendano i limiti del proprio potere.
Paul Craig Roberts
Fonte: http://www.paulcraigroberts.org
Link: http://www.paulcraigroberts.org/2017/06/29/washington-war-16-years/
29.06.2017

Traduzione per www.comedonchisciotteorg a cura di HMG

martedì 27 giugno 2017

Berlino, la polizia ordina: non dite la verità sul terrorismo

Il “Corriere del Ticino”, principale testata del gruppo che dirigo, ha pubblicato questa mattina un documento riservato del Bundeskriminalamt (Bka), la polizia criminale tedesca. Si intitola “Come agire in presenza di attacchi terroristici” e contiene le linee guida sulle informazioni da trasmettere alla stampa in queste circostanze. L’intenzione è lodevole: evitare il diffondere di allarmismi, ma le conseguenze pratiche sono sorprendenti. E inquietanti. La premessa dà già il tono: «Nell’anno elettorale 2017 non ci sarà alcun attentato, almeno se si sarà in grado di evitarlo. Ciò significa che, non importa quanto siano sicuri dei fatti i funzionari in campo, davanti alla stampa e all’opinione pubblica, per cominciare, si deve negare sempre tutto. Lo staff di consulenza del governo ha bisogno di tempo per illustrare l’accaduto e per mettere insieme un racconto credibile agli occhi dell’opinione pubblica». Capito? E ancora: «Le lettere di rivendicazione devono essere citate solo se necessario, ma senza fornire particolari. In caso di dubbio, escludere l’attacco terroristico. Divulgare la teoria dell’autore singolo, come pure quella della persona psichicamente disturbata. In aggiunta: evitare sempre, per cominciare, di parlare di Is (Stato islamico, ndr) o di Islam».
L’autore dello scoop, Stefan Müller, cita un esempio concreto: l’attentato di Dortmund dell’11 aprile contro il bus dell’omonima squadra di calcio. La polizia, dopo una decina di giorni, annunciò che era stato compiuto da Sergej W. (28enne russo-tedesco, Angela Merkelnel frattempo arrestato a Tubinga), che aveva ordito l’attentato per speculare in Borsa. Versione che all’epoca aveva suscitato non poche perplessità. Dal documento scoperto dal “Corriere del Ticino” si scopre che era giunta una rivendicazione dell’Isis, mai però comunicata ai media. Inevitabile chiedersi adesso: chi è stato davvero? Sergej o un fanatico del Califfo? Molto interessante anche la parte del documento in cui, rilevando un netto aumento dei fenomeni terroristici in Europa, si osserva che il quadro è andato peggiorando con «l’apertura delle frontiere da parte di Merkel». Ovvero, la polizia criminale tedesca avvalora l’equazione che le sinistre tendono a liquidare come un pregiudizio o un teorema populista: più immigrati fuori controllo, più terrorismo. La Bka parla di un traffico di passaporti rubati usati dagli attivisti dell’Isis in Europa.
«Dieci milioni di visitatori stranieri all’anno entrano in Germania con passaporti falsi o rubati. In tal senso è possibile correlare la quantità di passaporti rubati con Al-Qaeda (Is) e le attività terroristiche islamiste». Sono menzognere anche le cifre sull’immigrazione clandestina, almeno quelle comunicate in Germania. Leggete questo passaggio del rapporto: «La percentuale degli ingressi illegali è cresciuta del 70%. I colleghi italiani prevedono l’arrivo di circa 350 mila, fino a 400 mila migranti dall’Africa nell’anno 2017. Verso l’esterno, alla stampa e ad altri media, indichiamo una cifra di 250 mila unità». E lo stesso vale per i crimini ordinari commessi dagli immigrati. Nel 2015 erano 309 mila, nel 2016 sono saliti a 465 mila. Queste cifre, peraltro, non contengono reati contro l’asilo e la socialità. Ma «ai media – si legge nel rapporto – si parla rispettivamente di 209 mila reati e di 295 mila». Ben 170 mila in meno. Decisamente esplosivo questo passaggio del rapporto: «Mai parlare di migranti economici. La sollecitazione giunge direttamente dal ministro della Cancelleria e dal portavoce del governo. Queste Polizia tedescaindicazioni sono tassative, per chi non le rispetta sono previste sanzioni severe, procedure disciplinari e il licenziamento dalla polizia».
Sia chiaro: le autorità, da sempre, si riservano una certa discrezionalità nel diffondere le notizie più sensibili o per proteggere agenti infiltrati. Non dicono mai tutta la verità, com’è ovvio. Ma il quadro che emerge da questo rapporto va oltre i normali confini dell’intelligence. Quando si modificano sistematicamente le statistiche, quando si tenta di dissimulare gli attentati fino a dare istruzioni per fabbricare versioni credibili agli occhi dell’opinione pubblica, quando un governo vieta di parlare di “migranti economici” si è in presenza di un metodo per la creazione di post-verità governative o, se preferite, di una manipolazione sistematica delle informazioni. E tutto questo al fine di non turbare il processo elettorale, dunque di non intralciare la campagna elettorale della cancelliera Merkel. Cose che capitano nella democratica Germania.
(Marcello Foa, “La polizia tedesca ordina: non dite la verità sul terrorismo islamico”, dal blog di Foa sul “Giornale” del 20 giugno 2017).